la recensione del film sulla Tunisia e l’omosessualità in concorso alla Berlinale

Una giovane parigina torna nella Tunisia dove vive la famiglia per il funerale dell’amato zio, omosessuale la cui sorte è misteriosa e la cui natura è sempre stata al massimo sussurrata. Uno sguardo sui ricordi di famiglia e una società ancora oppresso dai tabù ei diritti negati. La recensione da Berlino di Mauro Donzelli.

Il cinema francese ha formato e presenta a getto continuo autrici e autori che raccontano storie attraverso il mediterraneo, in molti casi immigrati per ragioni di studio, o di seconda e terza generazione, che spesso mettono al centro della loro produzione storie che rimandano alla cultura di provenienza. Uno dei tanti casi è quello di Leyla Bouzidtunisina di nascita e parigina di formazione, che dopo un’opera prima, Appena apro gli occhiun dramma sul conflitto in famiglia e con il regime di un ragazzo tunisino appena prima della rivoluzione dei gelsomini del 2011, seguita da Una storia d’amore e di desideriopassione fra due diciottenni a Parigi di origine tunisina, questa volta, in A voce bassaritorna in Tunisia.

Lilia vive a Parigi da tempo con un buon lavoro e una relazione stabile e maturazione. Torna dalla famiglia per il funerale dello zio. Nessuno sa nulla della vita che fa a Parigi, soprattutto della donna che ama, così come in pochi parlavano dell’omosessualità del defunto, al massimo a voce bassa, come consiglia il titolo che suona come massima di vita per una società impaurita dai propri pregiudizi. Lilia trascorre delle giornate sospese fra i ricordi della grande casa borghese in cui è cresciuta, momenti dolci fra l’amata nonna, la zia e la madre, interpretata dalla grande attrice palestinese, Hiam Abbas. Neanche lei sa nulla sulla relazione della figlia, che proprio conoscendo quanto abbia patito e fatto patire, involontariamente, lo zio ha sempre pensato bene di mantenere un silenzio totale. Due vite, una di qua e una al di là del Mediterraneo, come tavola accade a chi lo solca in cerca di una vita, per l’appunto, diversa.

In un’assolata città sul mare, i segreti della famiglia allargata iniziano a pretendere un confronto, mentre anche i vecchi amici di Lilia le sembrano chiusi in un immobilismo sociale, che è quello in cui la Tunisia sembra ripiombata dopo il promettente dinamismo della primavera araba.

À voix basse è infatti un film su un paese incapace di fare i conti con le sue arretratezzeancora più in rilievo dopo aver mostrato una società civile fra le più avanzate del continente. Per raccontarlo, Leyla Bouzid dedica alla madre questa storia di omosessualità taciuta e ancora indicibile che supera le generazioni, in cui anche i giovani sembrano incapaci di indignarsi nei confronti di una legge che ancora ne punisce la pratica con la prigione. Se il tema sembra tristemente già raccontato, Bouzid riesce a nobilitarlo e renderlo universale in virtù di una grazia poetica. con cui mette in scena le dinamiche familiari e lo smarrimento di chi si rende conto improvvisamente di non capire più la cultura di partenza.

In questa è sintomatica una scena, in cui il protagonista e la fidanzata vengono fermati dalla polizia dopo una serata di bevute con amici. Il tentativo goffo di Leyla di corrompere con una banconota il poliziotto che la rimprovera per aver sfruttato il suo paese per educarsi, salvo poi fuggire dove circolano più soldi, rifiutata dall’agente, sembra sigillare il suo status di turista, se non colonialista, più che di tunisina.

Lilia si rende conto allora del perché ha lasciato il suo Paese e si concentra semmai sull’indagare le cause non ben chiarite della morte dello zio, portando un po’ di coraggio al servizio di persone ai margini, costrette a vivere nel silenzio e nella paura solo per le loro preferenze sessuali. Volti e interpreti giusti ed emozionanti alimentano questo film militante eppure nostalgico, che mette in primo piano un paese diviso fra tradizione e modernità, e la bellezza di una città simbolo di tutto questo, Sousse.

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