la recensione del film in concorso a Berlino

Un deserto fra le montagne del Ciad, un’adolescente ha poteri soprannaturali che la spaventano. In una società ancestrale in preda ai pregiudizi una straniera scolvolge la vita quotidianità e viene additata come pericolosa. La recensione di Mauro Donzelli del film del decano del cinema africano Mahamat-Saleh Haroun.

Un panorama naturale immutabile o quasi da secoli, una cultura in cerca di nuovi stimoli per superare un modo stesso di pensare arcaico, ma soprattutto dimentico di quanto i loro stessi antenati disegnavano e rivendicavano in quelle stesse caverne e colline, in cui come in occidente ma molti secoli prima si portava avanti una sorta di mito del buon vivere anticosenza il denaro come elemento corruttore della quotidianità.

Siamo nel deserto di Ennedi, dove montagne cesellate dal vento e dai secoli si ergono massicce improvvisamente, in quel Ciad da cui proviene uno dei decani del cinema africano, Mahamat-Saleh Harounche come molti altri colleghi si è formato e ha avuto esperienza in Francia, ma al contrario di alcuni è ostinatamente e lodevolmente impegnato nel raccontare storie ambientate nel suo paese, con al centro piccole storie, semplici racconti morali che suonano come parabole in cerca di un progresso sociale, spesso grazie alle donne e alle nuove generazionicapaci di intercettare maggiormente gli aspetti positivi immutabili della cultura del luogo, tribale e costituito da villaggi di proporzioni limitate, lasciandosi alle spalle le arretratezze più inaccettabili.

Come per esempio, anche in Soumsoum, la notte delle stelleritenere chiunque esca dai binari di un codificato percorso di nascita e crescita seguendo i binari di chi lo ha fatto prima, una diversa, un’eccentrica, quella che dalle nostre parti non troppo tempo faremmo definire una strega, mentre qui diventa “una figlia del sangue”un’adolescente di 17 anni che avrebbe addirittura “ucciso la madre”, o responsabile per la sua morte della madre di parto. Si chiama Kelloucome la dea dell’amore, in realtà, e ha un dono difficile da portare, quello di prevedere cose ancora non accadute, delle visioni drammatiche che non sa come gestire. Fa parte del processo di crescita, metaforicamente del suo divenire adulta, saper utilizzare questo potere e conviverci in maniera serena e utile alla sua famiglia, ora costituito dal padre e da una matrigna.

In queste montagne secolari che si ergono dalla sabbia è infatti custodito un passato dimenticato, ogni tanto sussurrato a Kellou ea noi spettatori. Le visioni la tormentano, però, anche se un incontro con Giàdonna anche lei emarginata dalla comunità, levatrice che ha conosciuto la madre, le inizierà ad ampliare gli orizzonti, più che altro concedendogli alcuni strumenti per interpretare il suo dono e il suo ruolo in quella realtà ostile, per la quale è “una fottuta immigrata, non sei una di noi”, tanto per non smentire come le deformazioni della natura umana siano pronte ad agire a ogni latitudine. Se le cose non vanno bene, se dopo la siccità arrivano 24 ore di pioggia intensa che uccidono e sconvolgono, è più facile cercare il primo colpevole in qualcuno appena diverso da noi, a cui dare la responsabilità senza rimettere in gioco credenze radicate.

Mahamat-Saleh Haroun aggiunge alla sua collezione di donne coraggiose anche Kelloua cui Aya, sua nuova “sorella”, affida il ruolo di testimone di un mondo mistico e spirituale antico, a rischio scomparsa, in cui “convergono il visibile e l’invisibile”. Il tutto con il coraggio della giovane età, la voglia di lottare per l’amore e la comprensione, contro l’ostilità del “potere”, anche se solo di un villaggio abitato da poche decine di abitanti. Universale e semplice, per amanti delle storie edificanti e di un cinema morale senza cinismo.

spot_img

More from this stream

Recomended