
Il più importante regista tedesco della sua generazione, coccolato dai cinefili e dai grandi festival, torna al cinema con un film essenziale e misterioso, ma come sempre anche controllatissimo e poco emotivo. La recensione di Miroirs N. 3 di Federico Gironi.
Per il cinema di Christian Petzold posso provare stima, interesse, raramente qualcosa che si può definire quasi una forma di ammirazione, ma non posso certo dire che smuova in me sentimenti e passioni profonde. Il regista tedesco, probabilmente il più importante della sua generazione di connazionali, non è d’altronde uno che mira allo stomaco, e in fondo nemmeno direttamente al cuore, ma che è fautore di un modo di fare film nei quali è l’elaborazione intellettuale che passa dagli occhi e dal pensiero a venire prima di ogni cosa. Specchi n.3 non fa eccezione.
Eppure il tono – come in Undine, come Il cielo brucia, più ancora forse – è quello di una fiaba. Una fiaba in cui una giovane smarrita (ben prima di smarrirsi fisicamente) finisce nel castello di una regina triste, finendo così per restituirle il sorriso. Almeno per un po’.
La principessa è Laura (Paola Birraattrice feticcio di Petzold), la regina triste è Betty (Barbara Auer). Laura, che ha avuto un incidente d’auto, Betty che abita in una casa di campagna vicino al luogo dello schianto, e che decide di prendersene cura per qualche giorno, quanti non si sa. Laura non lo sa, ma il suo arrivo riempie un vuoto; o forse lo sa benissimo, ma fa finta di niente, come di niente fa finta Betty, come faranno suo marito Richard e suo figlio Max. È, come in “Tom Saywer”, l’inganno di far credere che qualcosa di pesante e faticoso sia invece piacevole e da desiderare: e infatti, quando la parola infrange l’incantesimo, l’illusione, tutto crolla, e Laura fugge via.
Petzold è tanto nitido e essenziale nelle sue immagini quanto in qualche modo opaco e stratificato nei suoi contenuti. Nella concretissima situazione che mette sulla scena, una scena cui bastano quattro attori e un paio di location per funzionare e far reagire caratteri e sentimenti, pare di vedere qualcosa di irreale, come se quei personaggi fossero fantasmi. E in fondo lo sono: fantasmi di loro stessi, delle persone che un tempo sono state (come Betty e la sua famiglia) o forse, come nel caso di Laura, fantasmi di quello che sono destinati a diventare.
Sotto tutto questo, c’è smarrimento, lo abbiamo detto, e c’è dolore. C’è la voglia di risparmiare, il desiderio – vano – di aggiustare qualcosa che aggiustare non si può. Non è un caso se Richard e Max, che di mestiere fanno i meccanici, sono specializzati nella pratica poco legale di disconnettere il sistema di rilevazione GPS nelle auto di lusso, o se sono ossessionati dal sistemare quel che non va in casa di Betty: un rubinetto che gocciola, una lavastoviglie che non va, una vecchia bicicletta. Ma a volte aggiustare qualcosa è solo un rimedio palliativo, a volte la lavastoviglie è destinata a essere sostituita.
Sono simbolismi di Petzold, non miei, sui quali forse il regista calca fin troppo la mano. E a questi piccoli eccessi, sono speculari forse quelli di un’eccessiva astrazione, di una sorta di virtualizzazione di vicende e sentimenti. Non sarà un caso se, nel finale, Betty e gli altri Laura la possono vedere solo da uno schermo, o da troppo lontano. Serve, tutto questo, anche alla sfumatura, all’incertezza, all’ombra che si annida nelle immagini di Specchi n. 3.

