Un confine lontano dalle prime pagine, come da manuale terra di traffici e di criminalità fra Bulgaria, Grecia e Turchia. Uno strano racconto fra i Balcani occidentali e l’estenuante storia di un passato che torna di attualità. Convince a tratti il tedesco Das Geträumte Abenteuer di Valeska Grisebach in concorso a Cannes.
Un cinema di confine che sa di marginalità, un polveroso luogo non luogo che sembra uscito da un western ambientato molto tempo fa, da un’altra parte del mondo. E non casualmente Occidentale è anche il film precedente della tedesca Valeska Grisebachche è tornata in Bulgaria, appena oltre il confine con la Grecia, ormai Europa, ma anche a poche pietre e colline dalla Turchia, che regala vive possibilità di mettere a frutto contrabbandi e traffici di vario genere.
L’avventura sognata è un’epopea anti spettacolareripiegata sul passato e il non mostrato, ostinatamente concentrata sul proiettarne ferite e voglia di rivalsa nella protagonista e nel suo confronto, Said, amico d’infanzia che Veska ritrova nella cittadina di Svilengrad, esattamente a metà fra Mediterraneo greco e Mar Nero. Un’Europa e un confine dimenticati, ben lontani da quelli di maggior fascino mediatico, più simile al Rio Grande fra Messico e USA.
Un luogo come da manuale arcaico soprattutto di trafficianche di beni archeologici, quindi capace anche di entrare in profondità nella storia, quella che ha diviso e unito gli abitanti di quella terra, ma soprattutto alimentato rancori e ricerche di vendetta nel caso della “nostra” storia. Veska infatti è un’archeologa, che aiuta Said a ovviare al furto della sua macchina. Un primo passo verso l’ingenua immersione in un mondo che la riporta indietro nel tempo alla sua giovinezza, un mondo fatto di organizzazioni criminali e regole non scritte da non violare.

Il ritmo di questa Das Geträumte Abenteuer, “sognata avventura”a confermare come sia sempre un altrove quello in cui i fatti salienti accadono, ea noi viene lasciato solo intuire dalle tracce sui luoghi ei personaggi i danni compiuti, è una cantilena lenta ea tratti esasperante, come la brezza che non riesce a rendere meno implacabile il sole nella collina in cui si stanno rinvenendo testimonianze antiche. Il ritorno dopo anni, manca solo la porta a battente del saloon, è il punto di innesco di un meccanismo narrativo a tratti estenuante come un giro di tutti i parenti in una famiglia numerosa durante le feste. Il momento rievocato è quello dei primi anni ’90, che rimanda al vuoto di potere successivo al crollo dell’ultimo impero, quello comunista, e la successiva ascesa di una criminalità para mafiosa.
Anni in cui si sognava di una Turchia unita all’Europa, anche fisicamente, con un progetto di autostrada che ha un ruolo nel film. Quello che sembra eterno è il ruolo preponderante di un patriarcato mai messo in discussione davvero, nonostante siano poi le donne a mantenere cruciali legami famigliari ma anche economici. Quella di Veska è una resa dei conti meditata negli anni, che seguiamo per oltre due oreprima di un momento di confronto tanto immaginato, seppur non certo esplosivo o catartico.
Non sarebbe il tono di questa avventura, capace di creare un’atmosfera malsana, un accumulo di nubi che sembrano costantemente giudicare quella terra e chi gli manca di rispetto. Lungaggini evidenti complicano una piena soddisfazione nella visione, lasciando meno in evidenza le pur chiare qualità, come l’interpretazione della protagonista, Yana Radeva.

