Dopo Caveat e Oddity, l’irlandese Damian McCarthy conferma il suo talento alzando ulteriormente l’asticella del suo cinema horror (ma non solo). La recensione di Hokum di Federico Gironi.
Dal deserto di sabbia rossissima che sta nella testa e nell’immaginazione di Oh Baumann – di mestiere scrittore, genere horror – passiamo al buio di casa sua. Una casa che, sebbene diversissima (o forse no), ricorda tanto quella di Stranezza. Damiano McCarthyin qualche modo si cita, come si cita più avanti nei tanti ninnoli inquietanti del Bilberry Woods Hotel (ancora Stranezza), o nel costume da coniglio (il coniglio di Avvertimento) indossato ad Halloween, e dopo Halloween, da una cameriera dell’hotel di nome Fiona (che poi nell’hotel ci sia un fattorino con divisa d’ordinanza, non sorprende).
Ma non è autoindulgenza, non è compiacenza. Perché McCarthyin questi dettagli come nei fantasmi, e ancora di più nel racconto di un ennesimo protagonista che ha da espiare o da perdonarsi, sta semplicemente seguendo con coerenza un disegno – stavolta sì – chiaramente autoriale.
Terzo film di questo talento irlandese, Hokum ha in comune con i due che l’hanno preceduto anche un dettaglio non da poco, trattandosi di horror: fa paura, e non poca. Fa venire una fifa blu grazie alla capacità di McCarthy di gestire gli spazi, i vuoti, le ombre e le architetture con una precisione diabolica; di creare atmosfere dense e pastose dove a separare razionale e irrazionale sono sempre solo un passo o un alito di vento; di ideare e mettere sullo schermo immagini e figure psicologicamente perturbanti e di grande impatto visivo. E pure quando l’irlandese gioca con lo spavento a sorpresa, con quello che oramai tutti chiamiamo saltare lo spaventola sorpresa c’è davvero, perché tutto avviene (o non avviene) in tempi e luoghi sempre sfasati rispetto alle aspettative.

Potrebbero bastare, forse, le atmosfere, l’eleganza formale, la capacità di creare tensione e spaventare come si deve. Non un McCarthyperò. Che in Hokum alza ulteriormente l’asticella già non bassissima del suo cinema, intendendo il suo racconto horror di altri generi e scopi.
Ci sono pochi dubbi, infatti, che Hokum sia in qualche modo un thriller di stampo vagamente lynchiano, ma pure, per certi versi, un giallo quasi tradizionale in cui il protagonista deve/vuole scoprire cosa è accaduto a una ragazza scomparsa e chi l’abbia fatta scomparire. E in tutto questo, sotto a tutto questo, in qualche modo sopra a tutto questo, Hokum è anche un dramma psicologico sul senso di colpae sulla difficilissima necessità del suo superamento, di un’assoluzione fondamentale e primaria che riguardi sé stessi, ma anche il prossimo.

Ohm, con questo nome che evoca la resistenza (elettrica), i mantra della meditazione indiana ma che significa (anche) “creazione”, in Irlanda ci va per disperdere le ceneri della madre, accessoriamente anche del padre, in un luogo dove era stata felice. E tutte le difficoltà, le assurdità, i misteri, gli stralunati personaggi che bevono latte tagliato coi funghetti allucinogeni, i fantasmi veri e presunti, le streghe, i sotterranei e le suite nuziali sbarrate e interdette che incontrerà, saranno funzionali a una presa di coscienza, a un’illuminazione. Oltre che a far paura a noi. Ed ecco allora che l’horror di Hokum non è solo folk, psichedelico, psicologico, tagliente e angoscioso, ma porta con sé anche delle sfumature introspettive che non ti aspetti.
Che poi spesso e volentieri emerge anche un filone di umorismo nero e cinicocon Ohm che è una sorta di incrocio tra il Jack Nicholson di Qualcosa è cambiato e Larry Davidma depresso, non è solo – si fa per dire – valore aggiunto, ma un ulteriore interessante tassello della costruzione e decostruzione di un protagonista.
