la recensione del film sul processo ai gerarchi nazisti con Russell Crowe che chiude il Torino Film Festival

Tornano al cinema gli orrori del nazismo col film Norimberga, incentrato sul rapporto tra uno psichiatra americano e il braccio destro di Hilter, Hermann Göring, interpretato da Russell Crowe. La recensione di Daniela Catelli.

Sono passati 80 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e dal primo dei processi di Norimberga, quello ai principali criminali di guerra del Terzo Reich, già raccontato nella miniserie del 2000 con BrianCox nel ruolo di Herman Göring e Alec Baldwin nei panni del procuratore capo americano Robert H.Jackson (al secondo gruppo di processi è invece dedicato il film del 1961 di Stanley Kramer Vincitori e vini). Dei 24 imputati, 10 furono condannati a morte per impiccagione (Roberto Ley si suicidò prima dell’inizio del dibattimento e lo stesso fece Göring prima dell’esecuzione) mentre gli altri vennero rinchiusi nel carcere di Spandau. Norimberga venne scelta dal tribunale internazionale (Stati Uniti, Francia, Inghilterra e Unione Sovietica) perché nonostante l’estesa distruzione subìta nei bombardamenti aveva un Palazzo di Giustizia pressoché intatto e anche per il suo alto valore simbolico, visto che nella città si svolgeva ogni anno la Giornata Nazionale del Partito Nazionalsocialista (le cui folle oceaniche e osannanti sono state immortalate dalle cineprese di Leni Riefenstahl nei suoi celebri documentari).

James Vanderbiltsceneggiatore e produttore americano, noto come autore di svariati copioni di successo, tra cui Zodiaco, Lo straordinario Spider-Man e Gridotorna alla regia dieci anni dopo Veritàcon Robert Redford e Cate Blanchett, per raccontarci di nuovo in Norimberga una storia il cui monitoraggio è più attuale che mai. Per farlo si affida al libro di Jack El-Hai “Il nazista e lo psichiatra”, sull’esperienza di Douglas Kellyconvocato dall’America per sorvegliare lo stato mentale e le eventuali tendenze suicide dei gerarchi in attesa del processo, e in particolare il suo rapporto col braccio destro di Hitler, il carismatico feldmaresciallo Hermann Göring. Lo scopo reale dello psichiatra era quello di studiare da vicino questi individui nella speranza di individuare qualcosa che spiegasse la loro totale propensione al Male. In realtà fu costretto a rendersi conto che non c’era nulla che distinguesse questi uomini dai tanti che avevano avallato le atrocità naziste, se non una cieca fede nel culto del capo e l’assoluta certezza delle proprie idee che cancellava ogni residuo scrupolo morale. Questo gli fece comprendere la possibilità di un ripetersi di questi orrori, condizionandone la vita fino alla morte, terminata in un suicidio analogo a quello di Göring.

Nel film di Vanderbilt, Kelley, interpretato da un abbastanza efficace Rami Malekè un giovane ambizioso e sicuro di sé, che stringe inizialmente un legame quasi di amicizia con Göring, mastodontico e imponente, al punto da prestarsi a fargli da messaggero d’amore (ruolo che nella realtà venne svolto dal soldato ufficiale di sorvegliarlo) con moglie e figlia. Nell’impianto di un tipico “filmone”, di quelli scomparsi da tempo dal cinema, Vanderbilt non sempre ha il controllo della narrazione, che si accende quando è di scena Russell Croweperfetto nella caratterizzazione di un narcisista abituato ad ottenere da sempre quello che desidera, a scaricare sui sottoposti le proprie responsabilità (Goring fu il promotore della cosiddetta “soluzione finale” che dette il via allo sterminio) e ad affascinare gli altri con la propria personalità. Non è escluso che Crowe (che nella versione originale parla inizialmente tedesco e poi inglese con un accento mai caricaturale e assai credibile) venga candidato all’Oscar per la sua interpretazione. Di contro, Rami Malek ce la mette tutta per stare al passo con il suo contraltare, e in alcuni momenti ci riesce pur senza diventare mai la Clarice di questo Hannibal Lecter, non avendo le qualità attoriali di Jodie Foster.

Più di maniera, stavolta, ci è sembrata l’interpretazione di Michael Shannonmesso in crisi (avvenne davvero così) dalla contestazione di Göring della traduzione della sua lettera in cui si chiedeva la totale risoluzione della questione ebraica) e salvato in angolo dal collega inglese, Fyfe (il sempre ottimo Richard E. Grant). Per inciso, non fu merito del procuratore americano, come lascia intendere il film, l’istituzione di un processo internazionale (il primo per crimini di guerra), visto che questo era stato già deciso in un precedente incontro tra i ministri degli esteri dell’alleanza, che impegnava in questa direzione Churchill, Stalin e Franklyn Delano Roosevelt. Oltre ad un importante cammeo del nostro Giuseppe Cedernasono buone le prove di tutti gli altri attori, dagli interpretari dei nazisti a John Slattery e Leo Woodallche nella storia è l’artefice del ripensamento morale di Kelley nel finale. Vediamo anche Colin Hanks nel ruolo dello psichiatra “rivale” di Kelley, mentre i ruoli femminili, in una storia incentrata sugli uomini, restano per lo più sullo sfondo.

Nell’insieme, Norimberga è un film interessante per quanto non perfetto, che non vuole essere un documentario (anche se mostra le terribili immagini dei campi di sterminio che tutti conosciamo) e che soprattutto ha il compito di ricordarci, ora che i crimini di guerra restano impuniti, quanto è stato importante (e purtroppo non risolutivo) fare forte i conti con le responsabilità di uno dei regimi più scellerati che l’umanità abbia conosciuto. La frase di Kelley sulla smania di potere che suggella questa storia, proprio di questi tempi, fa venire i brividi, se considera a cosa sta succedendo nella “più grande democrazia del mondo. Eccola: “Sono certo che anche in America ci siano persone disposte a passare sopra i cadaveri di metà della popolazione americana pur di ottenere il controllo dell’altra metà”.

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