Definire un film come una “vera esperienza cinematografica” è diventato ormai un luogo comune, ma esistono opere che riescono davvero a giustificare questa espressione, trascinando lo spettatore in un viaggio emotivo e sensoriale da cui è difficile uscire indenni. Tra i titoli più intensi e disturbanti del 2025, Sirât si imponente come uno dei più memorabili. Il film di Oliver Laxescelto dalla Spagna come candidato all’Oscar per il miglior film internazionale, parte da un impianto che richiama classici come Vite in gioco di Clouzot e Stregone di William Friedkin, ma prende presto una direzione personale, radicale e profondamente destabilizzante.
Ambientato in un futuro prossimo volutamente indefinito, segnato da un conflitto globale che resta sempre sullo sfondo, Sirât segue Luisun padre interpretato da Sergi Lopezche attraversa il deserto del Marocco insieme al figlio Esteban alla ricerca della figlia scomparsa, Mar. Quella che sembra inizialmente una storia di sopravvivenza si trasforma progressivamente in un’odissea allucinata, dove la minaccia non è solo fisica ma anche morale ed emotiva. Laxe evita qualsiasi spiegazione rassicurante: il contesto resta opaco, la violenza latente, l’angoscia costante.
Il cuore del film è proprio in questa scelta di sottrazione. La tensione cresce senza mai essere verbalizzata, affidandosi a immagini abrasive, a una colonna sonora percussiva e ipnotica firmata da Kangding Ray, ea un paesaggio che diventa sempre più ostile. In questo scenario, il personaggio di Luis appare sempre più fuori posto: un uomo trattato, quasi silenzioso, costretto a confrontarsi con un mondo che sembra volerlo annientare. Il viaggio assume così i contorni di una discesa agli inferi, dove ogni decisione pesa come una condanna.
È a metà film che Sirat compie la sua svolta brutalee. Durante una sequenza apparentemente funzionale alla progressione del viaggio, l’auto di Luis precipita da una scogliera con Esteban ancora all’interno. Non c’è montaggio consolatorio, non c’è ellissi che attutisca il colpo: il bambino muore. Ed è qui che il film si spezza deliberatamente in due.
La crudeltà del colpo di scena non risiede solo nella perdita in sé, ma nella sua funzione narrativa. Sirat ribalta improvvisamente il senso della missione: Luis era entrato nel deserto per salvare una figlia e ne esce avendo perso un figlio. Da quel momento in poi, la ricerca di Mar non è più soltanto un obiettivo, ma diventa un’ossessione cieca, una forma di sopravvivenza mentale. Luis prosegue il viaggio come un uomo svuotato, incapace di distinguere tra pericolo e rassegnazione, tanto da attraversare campi minati e territori ostili con un’indifferenza che sfiora il desiderio di annientamento.
Laxe non utilizza la tragedia come espediente sensazionalistico; al contrario, la morte di Esteban ridefinisce l’intero film retroattivamente. Ogni scelta successiva di Luis – la sua impulsività, la sua violenza silenziosa, la sua incapacità di fermarsi – trova senso in quel trauma improvviso e irreparabile. Il film smette di essere un racconto di salvezza e diventa una discesa nell’inferno personale di un padre che ha fallito nel suo compito più elementare: proteggere.
Il finale, volutamente ambiguo, porta questa logica alle estreme conseguenze. Mar non viene mai ritrovata. Non c’è ricomposizione, non c’è risposta. Luis resta intrappolato in una missione incompiuta, simbolo di una genitorialità spezzata e di un mondo che non offre redenzione. In questo senso, Sirat dialoga con altri film del 2025 incentrati sulla figura del genitore – da Muori amore mio UN Hamnet – ma lo fa rifiutando ogni forma di catarsi emotiva.
Proprio per questo, il colpo di scena di Sirat non è solo scioccante: è necessario. È il gesto con cui Oliver Laxe afferma che la vita non segue una progressione narrativa rassicurante e che il dolore, a volte, non ha funzione se non quella di esistere. Un cinema fisico, crudele e profondamente morale, che non concede scampo allo spettatore e che rende Sirat uno dei film più radicali e indimenticabili dell’anno.
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