Il regista maestro dell’indie americano Gus Van Sant torna dopo alcuni anni al cinema con una storia vera ambientata negli anni ’70 con un cliente disperato che prende in ostaggio in diretta televisiva il figlio del proprietario di una società di mutui. Abbiamo incontrato il regista de Il filo del ricatto.
La mattina dell’8 febbraio 1977, a Indianapolis, un uomo, Tony Kiritsis (Bill Skarsgård) entrò nell’ufficio di Sala ML (Al Pacino), presidente della Meridian Mortgage Company, una società di mutui, e prese in ostaggio il figlio. Tony gli puntò alla testa un fucile a canne mozze, con collegato al grilletto un dispositivo che, stretto al collo come un cappio, se sfiorato, avrebbe all’istante l’ostaggio. Le richieste di Tony furono chiare: 5 milioni di dollari, immunità e soprattutto scuse personali. Una storia veraora al centro del ritorno al cinema dopo otto anni di Gus Van Sant, Il filo del ricattonell’originale Il filo dell’uomo mortoscritto da Austin Kolodney e in uscita nelle sale il 19 febbraio dopo la presentazione al Festival di Venezia.
“È basato su una storia di cronaca realmente accaduta, raccontata con attenzione”, ci ha detto il regista, che abbiamo incontrato lo scorso novembre un rom. “È una vicenda incentrata sulle azioni disperate di un uomo, Tony Kiritsis, che sentendosi tradito dalla società di mutui a cui si era affidato, e convinto che la medesima si stesse approfittando di lui nel momento in cui era maggiormente vulnerabile, prese misure drastiche nel tentativo di riprendere il controllo. Sicuramente l’interesse per me è stato innanzitutto poter raccontare una situazione avvenuta nel Midwest, come non avevo mai fatto, oltretutto una storia così tipica di quella zona. Il produttore era un amico e aveva bisogno velocemente di un regista che realizzasse subito il film con un budget limitato. Sono stati questi i motivi di interessi iniziali, poi ho letto la sceneggiatura e mi ha attratto l’unicità di Tony, il suo essere guidato da un impulso che rasentava la follia, nel modo di affrontare la sua situazione lavorativa con la società dei mutui. Parliamo di un periodo precedente alla seconda elezione di Trump, avvenuta proprio mentre realizzavamo il film, a riprova di quanto fosse attuale la storia che stavamo raccontando, anche se avvenuta negli anni Settanta. Ci siamo resi conto durante la lavorazione, e anche dopo, quanto l’attenzione dei media fosse legata a questi aspetti. Dei punti di contatto che nell’immediato non ho colto, ma me ne sono reso conto solo a posteriori. Riguardo alla violenza della polizia oggi negli Stati Uniti, in una città come Portland, ma anche Indianapolis, nel 1977 uno dei requisiti per l’arruolamento degli agenti di polizia era che venivanoro dalle stesse città, che fossero nati e conoscitori di quelle realtà. Purtroppo la situazione è cambiata dopo la guerra in Iraq, quando le istituzioni hanno avviato un processo di militarizzazione delle forze di polizia. Ora, per esempio, i poliziotti di Portland non sono originari della città, provengono da ogni dove, e la trattano come fosse una terra straniera. Quella polizia che non avrebbe mai aperto il fuoco contro Tony, nel 1977, oggi non esiste più”.

Van Sant è un paladino da sempre del cinema indipendente e vocalmente ha portato avanti da sempre posizioni progressiste in ambito sociale e politico. Proprio per questo gli abbiamo chiesto quanto lo stimolasse, come artista, poter raccontare quello che sta succedendo in America durante la disgraziata presidenza Trump.
“Prima di tutto sono felice di essere tornato al cinema”, ci ha risposto, “è bello tornare in questo mondo dopo la parentesi delle serie Feudo con Ryan Murphy. Oggi È importante cercare di capire la situazione politica, prima di immaginare un film che la osservi da qualche punto di vista. Indubbiamente sta crescendo in maniera imponente la voglia di scendere per le strade e manifestare, e la cosa mi riempie di speranza. Basta vedere le news per capire come l’opinione pubblica e la società civile stiano agendo per evitare questa deriva totalitarista in atto. È un tentativo della Casa bianca di spingere il Paese verso una forma di stato fascista o di monarchia. Richiamerà il desiderio di raccontare una storia, ma ora sono più che altro felice di unirmi a chi manifesta e far parte di questo movimento. La realtà è ormai quasi fantascientifica. Ogni giorno emergono degli aspetti che erano stati messi sotto il tappeto e invece vengono alla luce e meritano di essere analizzati con grande attenzione. Nella mia realtà di Portland l’invasione di ICE è contenuta, al contrario di quanto avvenga in altre città, come Chicago o Los Angeles, dove rimangono impunite una serie di azioni”.
Parlando della storia raccontata ne Il filo del ricatto, Gus Van Sant sottolinea come avere “cercato di aderire il più possibile al vero Tony, ma naturalmente non potevamo essere accurati al 100 per cento. La differenza principale è l’altezza del personaggio, che era molto basso, mentre l’attore Bill Skarsgård è molto alto. La sua statura è stata anzi addotta come una delle ragioni della sua azione folle, una sorta di sindrome napoleonica. Ma io Volevo assolutamente Bill, perché sapevo che sarebbe stato in grado di interpretarlo alla perfezione. Poi ci sono dei dettagli corrispondenti a quanto siamo riusciti a ricavare dalla realtà, come il suo modo di vestire o tenere la pistola in una scatola. Elementi tratti da chi l’aveva conosciuto e da un documentario che raccontava bene la sua vicenda”.

