Morti che camminano ha ridefinito l’immaginario zombie in televisione, trasformando l’apocalisse dei non-morti in un racconto lungo, cupo e profondamente drammatico. Col passare degli anni, però, quella stessa formula che aveva conquistato il pubblico ha iniziato a mostrare segni di stanchezza. Anche gli spin-off più recenti, come Il morto che cammina: Daryl Dixonpur puntando sul carisma dei personaggi storici, hanno progressivamente ridotto l’elemento horror e la presenza costante degli zombie, spostando l’attenzione su dinamiche più introspettive e meno spettacolari.
Ed è proprio qui che entra in gioco una serie spesso sottovalutata, ma che oggi appare sorprendentemente attuale: Nazione Z.
Uscita nel 2014, nel pieno della saturazione del genere zombie, Z Nation è stata inizialmente accolta con scetticismo. A molti è sembrata solo l’ennesima imitazione di The Walking Dead, arrivata troppo tardi per lasciare il segno. In realtà, fin dai primi episodi, la serie chiarisce la sua missione: fare esattamente l’opposto. Niente immobilismo, niente atmosfera perennemente plumbee, ma un racconto in continuo movimento, costruito come un viaggio attraverso un’America devastata, episodio dopo episodio.
La storia è ambientata tre anni dopo il collasso della civiltà e segue un gruppo di sopravvissuti incaricati di scortare Alvin Murphy, un detenuto sopravvissuto a un vaccino sperimentale. Murphy non è solo immune al virus, ma ha sviluppato caratteristiche che lo rendono una figura liminale, a metà tra uomo e zombie, capace persino di morire e non morire. È lui la possibile chiave per salvare l’umanità, ma anche una mina narrativa costante, ambigua e imprevedibile.
Se la premessa può ricordare altre storie post-apocalittiche, è il tono fare davvero la differenza. Z Nation sceglie deliberatamente l’eccesso: azione sopra le righe, umorismo nero, situazioni assurde e una vena satirica che usa gli zombie come lente per osservare la società americana. Gli autori non cercano mai il realismo a tutti i costi, ma puntano sull’intrattenimento puro, consapevoli dell’assurdità del genere e pronti a sfruttarla fino in fondo.
Questo approccio si riflette anche nel ritmo. Dove The Walking Dead rallenta, indugia, costruisce lunghi archi narrativi spesso statici, Z Nation accelera. Ogni episodio è una tappa, una missione, una nuova minaccia. Gli zombie non sono uno sfondo, ma una presenza costante, creativa, talvolta persino grottesca. Ed è proprio questa abbondanza di non morti, unita alla varietà delle situazioni, a rendere la serie ancora oggi sorprendentemente fresca.
Se la premessa può ricordare altre storie post-apocalittiche, è il tono fare davvero la differenza. Z Nation sceglie deliberatamente l’eccesso: azione sopra le righe, umorismo nero, situazioni assurde e una vena satirica che usa gli zombie come lente per osservare la società americana. Gli autori non cercano mai il realismo a tutti i costi, ma puntano sull’intrattenimento puro, consapevoli dell’assurdità del genere e pronti a sfruttarla fino in fondo.
Questo approccio si riflette anche nel ritmo. Dove The Walking Dead rallenta, indugia, costruisce lunghi archi narrativi spesso statici, Z Nation accelera. Ogni episodio è una tappa, una missione, una nuova minaccia. Gli zombie non sono uno sfondo, ma una presenza costante, creativa, talvolta persino grottesca. Ed è proprio questa abbondanza di non morti, unita alla varietà delle situazioni, a rendere la serie ancora oggi sorprendentemente fresca.
Non a caso, Z Nation è riuscita a durare cinque stagionicostruendo un universo abbastanza solido da generare anche uno spin-off come Estate Nerache ne esplora il lato più cupo e realistico. All’epoca, molti critici liquidarono la serie come troppo kitsch o “esagerata”, ma col senno di poi è evidente che quella libertà tonale è stata la sua forza.
Riguardata oggi, soprattutto da chi avverte una certa stanchezza nei confronti del franchise AMC, Z Nation appare quasi come una risposta anticipata alle critiche rivolte agli spin-off di The Walking Dead. Più zombie, più movimento, più azione, meno immobilismo emotivo. Non è una serie che vuole competere sul piano del dramma esistenziale, ma sul terreno dell’intrattenimento post-apocalittico puro, quello che molti spettatori dichiarano di rimpiangere.
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