In un modesto appartamento di Filadelfia, lontano dai palcoscenici principali del festival, Castello costruire questi mondi. Il suo spazio è un silenzioso laboratorio di energia potenziale: le chitarre sono appoggiate ai muri, un pianoforte attende e gli scaffali si piegano sotto il peso del pensiero. Ecco, l’uomo che si sente”deve qualcosa a Virginia Woolf” applica la stessa disciplina letteraria all’architettura sonora. Il suo processo è metodico, quasi ascetico: ogni giorno fa un pellegrinaggio in una biblioteca universitaria quasi vuota. Si rannicchia su una sedia, sforzandosi di raggiungere un conteggio di parole specifiche prima che la qualità della frase o forse la linea di synth inizi a degradarsi.
La sua ultima trasmissione, “Non finisce mai”, è una lezione magistrale su questa dualità. Attraverso l’impronta CROCUS protesa in avanti viene rilasciata una tensione profonda e sostenuta. È il suono di un momento culminante proteso nell’eternità, uno studio sulla bellezza del quasi.
La canzone inizia non con un fondo, ma con una profonda espirazione. Una linea di basso imbottita e atmosfera ti ancora. Frammenti di synth, come ricordi di melodie ancora a venire, brillano nel registro superiore. Arriva la grancassa. È fermo, insistente, ma mai aggressivo. È il suono di un battito cardiaco misurato e controllato. Stratificato sopra di esso, il motivo melodico centrale inizia la sua ascesa. La linea di basso diventa più strutturata, i pad si gonfiano di calore e gli strati melodici esistenti si intrecciano con nuovi, sottili contrappunti. La tensione viene amplificata non attraverso il rilascio, ma attraverso arricchimento. La ritirata è considerata l’arrivo. Gli elementi non svaniscono; si allontanano rispettosamente. Lasciano tracce di se stessi nel fiumebero. Il calcio svanisce e si ritorna su quella linea dell’orizzonte di partenza, ora carichi del ricordo del viaggio.
Quella di Castillo “Non finisce mai” è, in ogni senso, profondo ed eloquente SÌecheggiando nell’oscurità.


