Antonin Baudry racconta il Generale che assicurò libertà e futuro alla Francia

Presentato alla Festa del Cinema di Roma, il kolossal storico francese De Gaulle racconta la nascita della Resistenza attraverso la figura del leggendario Generale. Il regista Baudry parla del rapporto tra Charles De Gaulle e Winston Churchill, dei giovani che cambiarono la storia e di come trasformare un film biografico in un thriller politico.

È stato uno dei progetti cinematografici francesi più ambiziosi degli ultimi anni e ha chiuso, il 25 ottobre, la 21ª Festa del Cinema di Roma.

De Gaulle – Parte Prima: Resistenza (La Bataille de Gaulle: L’Âge de fer) è il primo capitolo del dittico diretto da Antonin Baudry, dedicato agli anni in cui Charles de Gaulle, prima di diventare il simbolo della Francia libera, era un generale pressoché sconosciuto, considerato da molti un visionario senza alcuna possibilità di successo.

La storia comincia nel giugno 1940, quando la Francia firma l’armistizio con la Germania nazista. De Gaulle rifiuta la resa, raggiunge Londra e cerca di convincere gli Alleati che la battaglia non è finita. Non dispone di un esercito, non ha un governo né un reale potere politico, ma possiede una convinzione incrollabile: la Francia deve continuare a combattere. Intorno a lui, tra Inghilterra, Francia e Africa, cominciano a raccogliersi militari, studenti e cittadini pronti a sfidare l’occupazione.

A interpretare il Generale è Simon Abkarian, affiancato da Simon Russell Beale nel ruolo di Winston Churchill, Florian Lesieur in quello del giovane resistente Fernand Bonnier de La Chapelle, Benoît Magimel nei panni del generale Pierre Kœnig e Mathieu Kassovitz in quelli dell’ammiraglio François Darlan. Nel cast figurano anche Anamaria Vartolomei, Niels Schneider, Félix Kysyl, Karim Leklou, Thierry Lhermitte e Campbell Scott, che interpreta Franklin D. Roosevelt.

Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2026, De Gaulle – Parte Prima: Resistenza è uscito in Francia il 3 giugno, seguito il 26 giugno dal secondo capitolo, De Gaulle – Parte Seconda: Libertà (La Bataille de Gaulle: J’écris ton nom), arrivando complessivamente a superare i cinque milioni di spettatori. Anche l’accoglienza critica è stata positiva, soprattutto per la capacità di combinare ricostruzione storica, spettacolarità e tensione politica. In Italia entrambi i capitoli saranno distribuiti da Movies Inspired, ma al momento non è stata ancora annunciata una data di uscita.

In occasione della presentazione romana abbiamo incontrato Antonin Baudry che, prima di dedicarsi al cinema ed esordire con Wolf Call – MInaccia in alto mare (2019), ha lavorato per tredici anni nella diplomazia francese. Un’esperienza che ha influenzato profondamente il suo modo di raccontare i rapporti di potere, le contraddizioni della politica e soprattutto le persone che, spesso inconsapevolmente, finiscono per cambiare il corso della storia.

Il De Gaulle che tutti consideravano folle

Per Antonin Baudry, l’interesse non era raccontare il grande statista che tutti conoscono, ma l’uomo che nel 1940 sembrava aver perso completamente il contatto con la realtà. “Quando arrivò a Londra, tutti pensavano che fosse pazzo. I britannici e i francesi che lo incontrarono lo scrissero nei loro diari. Dicevano che aveva ragione, che condividevano quello che sosteneva, ma che era impossibile seguirlo perché era troppo folle”.

Il regista è rimasto affascinato dalla distanza tra l’immagine storica del generale e quella restituita dalle testimonianze dei contemporanei. De Gaulle appariva come una figura proveniente da un’altra epoca, quasi medievale, incapace di rispondere alle domande più immediate senza ricorrere a ragionamenti che attraversavano secoli di storia. Eppure, proprio quell’ostinazione avrebbe cambiato il destino della Francia. “Non esistono molti esempi di un uomo che abbandona il proprio Paese, combatte contro il suo stesso governo perché lo considera immorale e crea praticamente un nuovo Stato, la Francia libera. Non aveva un esercito, non aveva nessuno. Tutti si chiedevano di cosa stesse parlando”.

A rendere il personaggio ancora più insolito è la sua assoluta impermeabilità al cambiamento. Baudry osserva come nel cinema hollywoodiano l’eroe debba generalmente attraversare una trasformazione, mentre De Gaulle rimane fedele alle proprie convinzioni dall’inizio alla fine. Non cerca nemmeno di sedurre o convincere gli altri: dice semplicemente quello che pensa. Un personaggio che il regista paragona a Don Chisciotte, per la sua dimensione cavalleresca, il rifiuto della realtà e l’ossessione per la grandezza. “C’è qualcosa di profondamente francese in tutto questo”, osserva Baudry, che trova nella figura del generale qualcosa di contemporaneamente comico e tragico.

Il paragone con il personaggio di Cervantes va però oltre l’ironia. Don Chisciotte è destinato a un triste epilogo quando è costretto ad abbandonare il proprio sogno, mentre De Gaulle riesce nell’impresa apparentemente impossibile di trasformare la realtà senza rinunciare alle proprie convinzioni. “È una storia che mi fa contemporaneamente ridere e piangere”, racconta il regista, convinto che ironia e patriottismo non siano necessariamente in contraddizione. Si può credere profondamente in qualcosa e, allo stesso tempo, essere capaci di prenderne le distanze. Anzi, talvolta riuscire a ridere delle proprie convinzioni significa crederci ancora di più.

La scoperta di Fernand e il ruolo dei giovani nella Resistenza

Uno degli elementi più interessanti del film è la scelta di affiancare alla figura del generale quella di alcuni giovani resistenti, capaci di dare al racconto una dimensione emotiva e generazionale. La presenza di Fernand Bonnier de La Chapelle è nata durante il lungo lavoro di ricerca condotto da Baudry e dalla moglie e co-sceneggiatrice Bérénice Vila. I due hanno trascorso oltre un anno a studiare documenti e testimonianze, confrontandosi con gli storici per acquisire una conoscenza approfondita degli eventi prima di concedersi la libertà necessaria alla scrittura cinematografica.

“Era diventato un progetto di coppia. Ne parlavamo continuamente, a colazione e la sera. Abbiamo due figli e scherzavamo dicendo che De Gaulle era diventato il nostro terzo figlio”.

La svolta arrivò quando Vila ascoltò alla radio francese la lettura di una lettera scritta da un giovane al padre. Era una lettera di Fernand. “Quando l’ho ascoltata mi sono messo a piangere. Ci siamo guardati e abbiamo capito che quella lettera doveva assolutamente entrare nel film”. Da quel momento i due sceneggiatori approfondirono la storia del ragazzo, scoprendo un personaggio al quale la storiografia aveva dedicato relativamente poco spazio, ma che aveva avuto un ruolo decisivo in una fase delicatissima della vicenda della Francia libera. Baudry ricorda come, dopo lo sbarco alleato in Nord Africa, gli americani avessero scelto di sostenere François Darlan, figura legata al regime di Vichy. Una decisione che sembrava escludere De Gaulle dai nuovi equilibri politici. Fernand, indignato dalla possibilità che un uomo compromesso con il collaborazionismo potesse rappresentare la Francia combattente, decise di agire. “Quest’uomo ha cambiato il corso della storia. Mi piaceva l’idea che all’inizio del film lo spettatore si chiedesse perché stessimo seguendo quel ragazzo, per poi scoprire quanto fosse importante”.

Il regista ha voluto inoltre raccontare la manifestazione studentesca dell’11 novembre 1940 a Parigi, quando migliaia di giovani sfidarono l’occupazione nazista raggiungendo l’area dell’Arco di Trionfo. Molti avevano organizzato la protesta spontaneamente, senza sapere che altri studenti stavano facendo la stessa cosa. “Per un paio d’ore ebbero la sensazione di aver liberato una piccolissima parte della Francia. Ho visto le testimonianze di quei ragazzi quando erano ormai anziani. Raccontavano quella giornata come la più importante della loro vita. Era qualcosa di commovente, e non era mai stato mostrato al cinema”.

Un film storico raccontato come un thriller

Nonostante l’ampiezza della ricostruzione, De Gaulle non segue i codici tradizionali del film biografico. La tensione narrativa, le sequenze belliche e i confronti politici avvicinano il racconto al thriller, mentre la prospettiva rimane costantemente ancorata ai personaggi. Baudry spiega di aver voluto raccontare gli eventi senza il vantaggio della conoscenza storica che possiede lo spettatore contemporaneo. I protagonisti non sanno che cosa accadrà, non conoscono l’esito della guerra e spesso sono convinti di essere destinati alla sconfitta. “Volevo mostrare la storia dal punto di vista umano delle persone che la stavano vivendo. Persone che non sapevano come sarebbe andata a finire e che molto probabilmente pensavano di perdere. Ma continuavano comunque a combattere”.

Questa scelta ha influenzato anche la regia e l’utilizzo della musica. Non una colonna sonora che richiamasse automaticamente l’epoca attraverso convenzioni riconoscibili e nemmeno un anacronismo deliberato, come inserire musica rock in una ricostruzione storica. L’obiettivo era piuttosto restituire il presente dei personaggi, la loro percezione immediata degli avvenimenti. Un modo per sottrarre la storia alla dimensione del monumento e restituirle l’incertezza, la paura e l’urgenza di chi la stava attraversando.

Churchill e De Gaulle, un’alleanza impossibile tra ironia e diplomazia

È nelle sequenze dedicate agli scambi tra Winston Churchill e Charles de Gaulle che emerge con maggiore evidenza l’esperienza diplomatica di Baudry, che racconta di aver assistito personalmente a numerosi incontri tra capi di Stato, riproducendo un equilibrio tra tensione politica, diffidenza reciproca e umorismo. “Erano sempre situazioni molto strane, divertenti e allo stesso tempo estremamente tese. Più cresce la tensione, più a volte diventano comiche, perché le emozioni finiscono per esplodere”.

Il regista ricorda come persino la scelta della lingua possa trasformarsi in uno strumento di potere. Un leader può decidere di parlare attraverso un interprete pur conoscendo perfettamente la lingua dell’interlocutore, semplicemente per ribadire la propria posizione. Nel caso di Churchill, particolarmente attento alle parole, questo gioco diplomatico può produrre risultati imprevedibili. Ma dietro la comicità si nasconde una decisione politica fondamentale. Churchill sceglie di sostenere De Gaulle nonostante le obiezioni dei suoi consiglieri, convinti che quel generale senza esercito rappresenti più un problema che una risorsa. “Churchill era alla guida dell’unico Paese europeo che continuava a combattere contro una Germania che sembrava aver conquistato tutto. Tutti gli dicevano di non allearsi con De Gaulle: era pazzo, non poteva offrirgli nulla e avrebbe creato problemi con il governo di Vichy. Eppure decise di sostenerlo”.

Secondo Baudry, quella scelta rivela una concezione della politica profondamente diversa dal pragmatismo americano. Churchill non ragiona soltanto in termini di rapporti di forza o perdite militari. Per lui le nazioni possiedono un’anima e la storia non può essere ridotta a un calcolo materiale.

La situazione diventa però paradossale immediatamente dopo la decisione di appoggiare il generale francese. “Trovo divertentissimo che Churchill, un minuto dopo aver deciso di sostenerlo, cominci praticamente a pentirsene, perché De Gaulle è insopportabile”. Entrambi, spiega il regista, hanno le proprie ragioni. Churchill sa che senza il sostegno britannico De Gaulle non avrebbe alcuna possibilità. De Gaulle, invece, è consapevole che la propria debolezza gli impedisce qualsiasi concessione. Se cominciasse a cedere, gli Alleati finirebbero per sottrargli tutto.

La speranza come messaggio alle nuove generazioni

Il legame tra i giovani resistenti del 1940 e quelli di oggi è uno degli aspetti ai quali Antonin Baudry attribuisce maggiore importanza. Un parallelismo che assume una particolare forza proprio mentre la Francia è attraversata da una nuova ondata di proteste, iniziate con la mobilitazione degli studenti e poi allargatesi a lavoratori, sindacati e movimenti di protesta contro il caro vita e il deterioramento dei servizi pubblici. Le manifestazioni del 17 e 24 ottobre hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone in tutto il Paese, con violenti scontri e migliaia di arresti, mentre il governo di Emmanuel Macron cerca di contenere una crisi che ha riportato al centro del dibattito il rapporto tra cittadini, istituzioni e diritto di manifestare.

In questo clima di tensione, il racconto dei giovani che nel 1940 decisero di sfidare l’occupazione nazista acquista una risonanza particolare, pur nella profonda diversità dei contesti storici. Baudry non cerca un paragone diretto con l’attualità, ma individua nella capacità delle nuove generazioni di rifiutare ciò che considerano ingiusto una forza capace di mettere in discussione anche gli equilibri apparentemente più consolidati.

“Quello che queste persone ci insegnano è che la speranza conta. Anche quando non c’è alcuna ragione per continuare a sperare, bisogna farlo”.

Per Baudry, il secondo insegnamento riguarda la necessità di possedere una bussola morale, capace di orientare le proprie decisioni oltre gli interessi personali e le convenienze immediate. “Non possiamo agire soltanto in funzione dei nostri desideri. Dobbiamo essere capaci di chiederci che cosa sia giusto fare per le persone che verranno dopo di noi”.

È un messaggio che riporta il film alla sua intuizione iniziale: raccontare uomini e donne che decisero di agire quando tutto sembrava già perduto. Non perché conoscessero il futuro, ma perché rifiutavano di accettare il presente. Ed è proprio questa, per Baudry, la forza più contemporanea di De Gaulle: ricordare che la storia non viene cambiata soltanto dai grandi leader, ma anche da persone apparentemente insignificanti che, in un momento decisivo, scelgono di non arrendersi.

Qui sotto il trailer on lingua originale di De Gaulle – Parte Prima: Resistenza.

More from this stream

Recomended