
Il grande regista coreano torna a 10 anni dal precedente Goksung, e lo fa con un film spettacolare e magniloquente, volutamente imperfetto, che omaggia The Host e si chiude (?) su note misteriose e ambigue. La recensione di Hope di Federico Gironi.
Erano dieci anni che Na Hong-jin non faceva un film. L’ultimo, del 2016, era stato Goksung – La presenza del diavolostraordinario mix di horror, thriller e commedia che faceva seguito a due thriller “puri” e notevolissimi come Il Cacciatore e Il Mar Giallo. Tutti film, peraltro, che vi abbiamo ampiamente raccontato sulle pagine di questo sito.
C’era molta attesa, quindi, per questo suo nuovo Speranzarimasto un lungo misteriosissimo. E quel che posso dire qui fin da subito è che in questi dieci anni l’asticella delle ambizioni del coreano si è ulteriormente alzata e che la voglia di mescolare gli stili ei registri è rimasta la stessa. Hope è infatti, una fase alterne o sovrapposte, un monster movie, uno scatenato film d’azione, una commedia demenziale e un film di fantascienza dalle ambizioni quasi epiche, girato da qualcuno che ha un senso del cinema come pochi altri.
Siamo a Hope Harbor, un piccolo e isolato villaggio di pescatori circondato da boschi e montagne che si trovano nella zona demilitarizzata, la striscia di terra che fa da cuscinetto tra le due Coree. Tutto ha inizio quando un gruppo di cacciatori segnala al capo della polizia locale un bue morto in mezzo a una strada di campagna che riporta ferite profonde e misteriose. Nemmeno il tempo di tornare al villaggio, e il poliziotto scopre senza troppa fatica cosa abbia ucciso l’animale: altro che tigre, come fantasticamente ipotizzato. Si tratta di una creatura mostruosa che sta seminando panico, distruzione e morte, contro la quale questo nostro protagonista si getta con altalenante credenze all’inseguimento.
La prima ora di Hope, per gli appassionati del genere, è un capolavoro: azione ininterrotta, tensione costante, divertimento estremo, con la creatura – vagamente antropomorfa, alta più di tre metri e dotata di forza sovrumana – viene mostrata solo dopo 50 minuti di film, e dopo aver braccato ed essere stata braccata, con tanto di rocambolesco inseguimento in auto in stile rallystico (al volante, l’agguerritissima aiutante del poliziotto).
Dopo questa prima ora senza un briciolo di respiro, e che ha chiari e espliciti debiti di riconoscenza nei confrinti di Il padrone di casa, N / a offre un po’ di tregua al suo spettatore, apre alla commedia pura, racconta il dopo la distruzione, ma prepara anche quel che è da venire. Perché la creatura che è stata uccisa non era sola, e nei boschi – dove i cacciatori dell’inizio erano andati in perlustrazione – saranno destinati a incontrare i suoi amici.
Lo spostamento del setting dalle casupole, le baracche, i negozi e le stradene del villaggio ai boschi lussureggianti che la circonda – e dove alla fine si riuniranno tutti i protagonisti di questo film – non cambia l’abilità di Na Hong-jin di dispiegare e girare l’azione con uno stile che ha dello stupefacentee che non dimentica mai di piazzare qui e lì pennellate di ironia che fanno da contraltare a certezioni che tendino all’epica. Se la natura extraterrestre delle creature spinge verso la fantascienza, Na piazza sulla scena anche cavalli che fanno tanto westerne forse non è solo per togliersi uno sfizio: perché in fondo Hope racconta e relativizza lo scontro tra terrestri e alieni un po’ come il western ha lavorato, nel corso degli anni, sulla rappresentazione dei bianchi e degli indiani.
Ma è per come Hope si chiude, o forse non si chiude, che si rimane più esterrefatti e un po’ basiti. Perché se pura l’umanizzazione dei mostri è stata ampiamente anticipata lungo il film, pur non tanto da permettere la sospensione dello scontro, è nel finale che Na giustifica la scelta di Michael Fassbender e Alicia Vikander come interpreti di due di queste creature in CGI (che non è bellissima, ma chi se ne importa), chiudendo con un finale sospeso, aperto, come se tutto ciò che abbiamo visto nelle due ore e quaranta che sono venute prima fosse solo il primo atto di un racconto ben più ampio e articolato. O forse no.
Nelle vicende intrecciate e parallelo dei suoi personaggi umani e alieni, Hope – volutamente imperfetto – sembra alludere costantemente al fatto che quei personaggi sono pedine di qualcosa di più grande di quel che possiamo vedere, e loro possono pensare. E ci sono strani dialoghi che parlando di fede, futuro e speranza (guarda un po’) nel bel mezzo di una situazione catastrofica, da fine del mondo, pronunciati dagli alieni, mentre gli umani corrono al riparo dopo quella che sembra una vittoria momentanea.
Che Na voglia dire che, chiunque noi si sia, dobbiamo tutti combattere battaglie faticosissime, e cercare di fare il meglio che possiamo mentre attorno a noi il mondo come lo conosciamo pare sul punto di crollare?

