la recensione del film su una vera storia avvenuta durante il golpe in Cile

Presentato in prima mondiale alla Berlinale 2026, l’esordio di Juan Pablo Sallato arriva nei cinema italiani sollevando questioni attuali oggi come ieri. La recensione di L’Hangar Rosso di Federico Gironi.

Si intitola L’hangar rossoil film, ma questo suo esordio Juan Pablo Sallato lo ha girato in bianco e nero. D’altronde, il rosso del titolo è un chiaro richiamo al sangue e alla violenza delle torture e del golpe militare in Cile: e se Godardo diceva “ce n’est pas du sang, c’est du rouge”, Hitchcock girò Psico in bianco e nero per evitare ulteriori problemi di censura. Chissà che anche la scelta di Sallato non sia stata dettata dalla voglia di abbassare certi toni, almeno cromaticamente (ricordiamo in ogni caso che Panattadurante la Davis, non si fece problemi), anche se va pure detto che la violenza più disturbante è sempre fuori campo, e come in La zona di interesse al massimo si sentono suoni, e urla.
Comunque.
L’hangar rosso del titolo è uno dei tanti luoghi in cui militanti di sinistra e sostenitori di Salvador Allende furono ammassati e torturati dopo l’11 settembre del 1973che è il giorno raccontato da Sallato nel suo film, visto dal punto di vista di Jorge Silvaun capitano dell’aeronautica cilena, già eroico paracadutista, già nell’intelligence militare, ritiratosi da qualche anno in un centro di addestramento.

Sallato ci presenta il suo protagonista alla vigilia del colpo di Pinochet come un militare rigido e impenetrabile, apparentemente inscalfibile, ma quando all’alba del giorno dopo si accorse che il colpo di stato ha avuto inizio qualcosa nel suo viso duro e inespressivo s’incrina: perché, capiremo, nel corso dei precedenti tre anni Silva aveva non solo appoggiato Allende, ma gli aveva addirittura salvato la vita durante un attentato.
Ma Silva, che ha pure una moglie di sinistra, è pur sempre un militare: e quando gli arrivano degli ordini li esegue – seppur controvoglia, almeno inizialmente – e qui sta tutto il punto di L’hangar rossoche non è solo una sacrosanta ennesima ricostruzione di uno degli eventi più drammatici per la democrazia del secondo Novecento, ma che va ad analizzare un personaggio, per altro realmente esistito, per raccontare la responsabilità morale individuale di una componente dell’ingranaggio e il conflitto che nasce quando questa responsabilità tira in maniera radicalmente opposta a quella voluta dall’ingranaggio (che poi è il Sistema, il Potere, chiamatelo come vi pare).

Bianco e nero, quindi, molta camera a mano, spesso puntata sul volto e sulla nuca del protagonista mentre si aggira per la sua base e si trova di fronte a ufficiali spietati da un lato e vittime inermi dall’altro. Sallato mescola il thriller con l’estetica naturalista, richiama alla memoria Il figlio di Saul e il citato La zona d’interesse, ma anche per certi versi Post Mortem di Larrain e – sarà il bianco e nero, ancora lui – certi ritratti fatti da Kubrick nel Dottor Stranamore, solo che senza la benché minima traccia di umorismo, satira e caricatura, ma anzi sotto il segno di un realismo agghiacciante.
Asciutto, mai retorico, L’hangar rosso concedere al suo personaggio la scelta giusta perché è la storia, con S maiuscola, a permetterlo, anzi esigerlo. Poi certo, il film di Sallato racconta un caso estremo in una circostanza eccezionale, ma che oggi qualcuno ricordi come la coscienza individuale possa e debba avere la precedenza sul senso del dovere, quando l’ingranaggio perde la bussola morale, ha significato particolare e importante.

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