la recensione della commedia corale di Svevo Moltrasio con Maccio Capatonda e Maurizio Nichetti

Al cinema il 4 giugno arriva il vero film di debutto (anche se ne ha girato uno in precedenza, rimasto invisibile) di Svevo Moltrasio, la commedia Smart Working. La recensione di Daniela Catelli.

Siamo sinceri: non conoscevamo il nome di Svevo Moltrasio prima dell’annuncio della sua commedia corale, Lavoro intelligentema da bravi secchioni abbiamo fatto i compiti a casa recuperando su youtube la sua spassosa webseries Ritualiin cui, in brevissimi episodi, racconta la vita di due italiani espatriati in Francia, esperienza vissuta in prima persona per ben dieci anni. Poi abbiamo scoperto che aveva girato un altro film, Gli ospitiauto prodotto, auto distribuito e ahimè invisibile ai più, e che il cinema era stato da sempre il suo obiettivo. Adesso finalmente l’ha raggiunto, cimentandosi con una commedia che lo catapulta nell’ufficialità della distribuzione, e per cui si è avvalso dell’apporto di nomi noti come Maccio Capatonda, Maurizio Nichetti (bentornato!), Sara Lazzaro e Alessandro Tiberima pure dei suoi precedenti collaboratori, come l’ottima Giulia Bolatti.

La storia del film è ambientata a Torino, dove vivono diversi personaggi, tra cui Giuliano e l’amico Stefano, interpretato dallo stesso regista. Sono tutti impegnati in un importante progetto per un’azienda e lavorano nel cosiddetto smart working, termine inesistente in inglese, con cui gli italiani hanno ribattezzato il telelavoro. Giuliano adora lavorare da casa: gli permette di dedicare più tempo alla moglie aspirante scrittrice, incinta del secondo figlio, agli incontri con gli amici e alle iniziative culturali. Non solo il suo lavoro non ne risente, anzi, lui è il classico collaboratore modello. La stessa cosa però non vale per i suoi colleghi, che piano piano, dopo l’input casuale di Stefano, ricreano un ufficio proprio a casa di Giuliano e Laura, che, sempre disponibili con tutti, nel frattempo cercano di risolvere i loro problemi, dalla ricerca di un appartamento più grande alla tentazione, per lei, di firmare un romanzo non suo. La conseguenza è che, mentre gli altri nel caos ci sguazzano e diventano più produttivi, è proprio Giuliano a risentirne.

Se c’è un genere che in Italia non manca, quello è proprio la commedia, che spesso ottiene il maggior successo di pubblico: che sia romantica, con venature di satira sociale o sempliciotta, gli esempi sono innumerevoli. Quindi non è tanto che si sente il bisogno di un autore comico in più, quanto di vedere se è in grado di portare qualcosa di nuovo e fresco al genere. Da quel che abbiamo visto, Svevo Moltrasio ha le capacità di farlo e lo dimostra orchestrando con mano sicura un caos controllato ei vari cambi di registrazione all’interno del film. Certo, non sempre riesce a gestire i molti temi che ha scelto di affrontare e che sotto la patina della commedia denotano una certa ambizione, e non tutte le sottotrame si risolvono in modo convincente, ma ci è piaciuta molto l’idea di base e la messa in scena di una battaglia non cruenta in cui tutti risultano perdenti, con personaggi che in qualche modo rappresentano categorie capaci di darci sui nervi, in un mondo sempre più diviso tra classi sociali e dove la difesa della propria privacy rischia di farci passare per passare asociali snob.

Lavoro intelligente ha diverse scene divertenti (le nostre preferite la visione casalinga del film di Bunuel e il confronto tra Stefano e il figlio “muto” di Giuliano), molte delle quali sono legate proprio al personaggio di Moltrasioche rappresenta in modo molto espressivo e con rodati tempi comici il meglio/peggio della romanità, e all’apporto surreale di Nichetti. Gli attori sono tutti in parte e ci è piaciuto per una volta vedere Maccio Capatonda (o dovremmo chiamarlo Marcello Macchiain questo caso?) davvero al di fuori della sua comfort zone, arrivando al servizio di una storia altruista. Insomma, è un film che lascia ben sperare per il futuro di un regista che forse deve ancora trovare la sua strada, ma che almeno prova a non battere sentieri troppo frequentati.

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