Il occidentale è un genere che il cinema non ha mai davvero abbandonato, anche quando sembrava averlo relegato ai margini. Ogni tanto torna con grandi titoli capaci di imporsi nel dibattito, altre volte riemerge in film più appartati, duri, poco concilianti, destinati a trovare il proprio pubblico con lentezza. Sono opere che non cercano di aggiornare il mito della frontiera rendendolo più facile da consumare, ma lo usano per guardare dentro le sue ferite, nei traumi lasciati dalla violenza e nelle contraddizioni su cui si è costruita una parte fondamentale dell’immaginario americano. Tra queste c’è Ostili – Ostilifilm del 2017 diretto da Scott Cooperuno di quei western che forse non hanno ricevuto tutta l’attenzione che meritavano.
Interpretato da Cristiano Balla, Rosamund Pike e Wes Studi, Ostili è ambientato nel 1892 e segue il capitano Joseph J. Blocker, un ufficiale dell’esercito statunitense ormai logorato da anni di guerra e odio. Blocker è un uomo consumato dal proprio passato, costretto a eseguire un ultimo incarico che vive inizialmente come un’umiliazione: scortare il capo Cheyenne Falco Giallosuo antico nemico, ormai malato, e la sua famiglia fino alle terre tribali in Montana. Il viaggio parte dal New Mexico e si trasforma presto in un percorso fisico e morale attraverso un Paese ostile, attraversato da rancori, lutti e violenze mai davvero superate.
Lungo la strada, Blocker e il suo gruppo incontrano Rosalee Quaid, una donna sola rimasta dopo il massacro della sua famiglia. È uno degli elementi più duri del film, perché Cooper non usa la brutalità come semplice shock visivo, ma come punto di partenza per raccontare personaggi che non più come stare al mondo dopo aver perso tutto. Ostili non è un western d’avventura nel senso classico del termine: è un film cupo, lento nel passo ma teso nella sostanza, costruito intorno a uomini e donne che portano addosso il peso della frontiera come una condanna.
Leggi anche: Pochissimi altri western hanno raggiunto la violenza di questo sconvolgente film del 2015
La grandezza del film sta proprio nel rifiuto di banalizzare i personaggi. Blocker non è presentato come un eroe da riscattare con facilità, né Yellow Hawk come una semplice figura simbolica. Il rapporto tra i due nasce dall’odio e dal sangue, ma durante il viaggio diventa qualcosa di più complesso: non una riconciliazione pacificata, bensì il riconoscimento faticoso del dolore dell’altro. In questo senso Ostili lavora su temi profondamente occidentali, ma li affronta con uno sguardo moderno: il senso di colpa, il razzismo, la memoria della violenzal’impossibilità di cancellare ciò che è stato fatto.
Christian Bale offre una delle sue interpretazioni più trattenute e dolorose, fatta di silenzi, sguardi bassi e frasi ridotte all’essenziale. Il suo Blocker sembra un uomo che ha disimparato ogni forma di tenerezza, e proprio per questo il cambiamento del personaggio non appare mai retorico. Accanto a lui, Rosamund Pike dà corpo a un dolore quasi insostenibile, mentre Wes Studi porta al film una presenza grave, misurata, fondamentale per evitare che il racconto diventi soltanto il viaggio interiore del protagonista bianco.
Alla sua uscita, Ostili ha ottenuto reazioni complessivamente positive, ma non tali da trasformarlo in un caso. La critica ne ha riconosciuto la forza visiva e la performance di Bale, pur segnalando anche qualche squilibrio nella narrazione. Il pubblico lo ha accolto con maggiore calore, ma il film non ha mai davvero sfondato al botteghino: a fronte di un cast importante e di un impianto produttivo ambizioso, ha incassato circa 35,7 milioni di dollari nel mondo. Numeri non disastrosi in senso assoluto, ma insufficienti a rendere uno di quei titoli capaci di restare al centro della conversazione.
Leggi anche: Il western è solo “roba da uomini”? Questo sottovalutato film del 2014 dimostra che non è così
Ed è un peccato, perché Ostili appartiene a quella categoria di film che crescono nella memoria. Non è un western perfetto, e forse proprio per questo è così interessante: è ruvido, severo, a tratti persino respingente, ma possiede una coerenza rara nel raccontare la violenza non come spettacolo, bensì come eredità. In un’epoca in cui il genere ha trovato nuova linfa tra revisionismo, serialità e ritorni d’autore, il film di Scott Cooper resta una perla sottovalutata: un western brutale e malinconico che avrebbe meritato più spazio, più attenzione e forse anche più tempo per essere capito.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

