Ancora oggi, a distanza di 86 anni, Fantasia rappresenta la creazione più audace e personale realizzata da Walt Disney, attraversata da un fortissimo desiderio di sperimentazione e di dar vita a un’esperienza artistica unica, capace di coniugare musica classica e animazione e con esse avvicinare il grande pubblico a un patrimonio culturale spesso considerato elitario. Fantasia ha lasciato un’impronta profonda nella storia del cinema, tuttavia non sono in molti a sapere che proprio l’Italia ha partorito un film che ha rappresentato un vero e proprio guanto di sfida al capolavoro di Walt Disney.
Nel 1976 l’animatore e disegnatore Bruno Bozzetto porta in vita Allegro non troppoun visionario lungometraggio che, seppur dichiarato omaggio a Fantasiasceglie però ben presto una strada tutta sua, trasformando il modello disneyano in una parabola più satirica, ironica e profondamente legata alla sensibilità europea. Al pari di Fantasiaanche l’opera di Bozzetto prende in prestito i termini propri del linguaggio musicale. Laddove “fantasia” identifica una forma compositiva libera, “allegro ma non troppo” è un’indicazione agogica che suggerisce il tempo d’esecuzione di un particolare brano, e che finisce per tradursi attraverso una serie di composizioni classiche accompagnate da segmenti animati e intervallate da scene dal vivo.
Seppur debitore nei confronti del capolavoro Disney, Allegro ma non troppo segue un approccio decisamente sui generis. Le sequenze live action, realizzate in un elegante bianco e nero, si svolgono all’interno di un teatro decadente e surreale dove un presentatore pasticcione cerca senza successo di tenere insieme uno spettacolo che sembra destinato a implodere da un momento all’altro. Tra un direttore d’orchestra autoritario, un’improbabile orchestra composta da anziane signore provenienti da una casa di riposo e un animatore letteralmente incatenato al proprio tavolo da disegno, Bozzetto costruisce una cornice grottesca che anticipa perfettamente lo spirito del cinema.
I sei episodi animati che compongono Allegro non troppo non cercare mai di replicare quanto fatto da Disney. Al contrario, utilizza la musica come punto di partenza per raccontare storie originali, spesso attraversate da una vena malinconica e da una riflessione sull’assurdità della condizione umana che cerca di ribellarsi con la sola forza dell’immaginazione. Uno dei segmenti più toccanti e celebri del film arriva con il Valse triste di Sibelius, dove un gatto nero vaga tra le rovine di quella che una volta era stata la sua casa, evocando il ricordo di un passato che non esiste più. Eppure, anche nei momenti più struggenti, Bozzetto non rinuncia mai all’ironia, mantenendo quell’equilibrio tra commedia e amarezza che caratterizza l’intera opera.
Il film passa così con naturalezza dal surreale al poetico. Nel Concerto in Do maggiore di Vivaldi, una semplice scimmia diventa protagonista di una situazione sempre più assurda; nel Preludio al pomeriggio di un fauno di Debussy, un anziano satiro si confronta con il peso del tempo che passa. Ma il segmento che ha consegnato Allegro non troppo alla storia è senza dubbio il celebre Bolero di Ravel. Ispirare apertamente alla Sagra della Primavera di Fantasiail racconto immagina che una bottiglia di Coca-Cola abbandonata sulla Luna dagli astronauti dia origine a una nuova forma di vita.
Da quella minuscola scintilla nasce un’intera civiltà che, nel corso della propria evoluzione, finirà inevitabilmente per ripetere gli stessi errori dell’umanitàsigillando una sequenza visivamente straordinaria, insieme ironica, pessimista e toccante al tempo stesso. Non deve sorprendere che proprio il Bolero sia diventata la sequenza più significativa e celebre dell’intero film, rappresentando un perfetto esempio della visione artistica che permette ad Allegro non troppo di essere considerato ancora oggi come uno dei vertici dell’animazione italiana ed europea, capace di fondere satira e poesia, omaggio e parodia, leggerezza e riflessione.
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