
Lo sceneggiatore e regista di Le mele di Adamo torna con una commedia nera e grottesca divertente e con delle cose da dire. La recensione di Mio fratello è un vichingo di Federico Gironi.
Da piccolo Manfred pensava di essere un vichingo (con scorno e rabbia del padre che si disperava del fatto che fosse lo zimbello della scuola). Da grande Manfred ha messo da parte la mania per i vichingi, ma non le stranezze. Quando suo fratello Anker esce di prigione dopo aver scontato 15 anni per rapina a mano armata, Manfred si fa chiamare John (dove Giovanni sta per John Lennon)si appropria dei cani altrui e reagisce male se qualcuno usa il suo vecchio nome o lo sgrida.
Manfred è uno di quelli di cui un tempo avremmo detto che “manca una rotella”, ma fin dal prologo animato (ripreso poi nel finale), Anders Thomas Jensen ci dice che in fondo a tutti manca qualcosa, e che tutti, attraverso una sorta di estremo e sanguinario socialismo esistenziale e psicologico, dovremmo essere e in fondo siamo unici, sbilanciati, mancanti quanto quelli che consideriamo i membri più deboli e strampalati della nostra società.
Il punto di Mio fratello è un vichingo sta tutto lì, e la faccenda di Anker che deve convincere questo fratello un po’ fuori di testa a ricordarsi dove ha seppellito il bottino della sua rapina è il più classico dei MacGuffin cinematografici. Un po’ perché questo li porterà nella casa della loro infanzia, e prima dei soldi verranno disseppelliti diversi ricordi traumatici, come in ogni psicoterapia che si rispetti. Un po’ perché il punto vero della questione è raccontare, attraverso una galleria di personaggi strampalati, che in termini di sanità mentale, se così si può chiamare, stiamo tutti messi malissimo. Non sta bene Anker, con i suoi scatti d’ira e violenza, non sta bene la donna assolutamente nella norma convinta di essere bellissima, non sta bene suo marito che si autocertifica designer di abiti senza mai aver realizzato nulla, non stanno bene i pazienti affetti da dissociazione della personalità convinti di essere Paul McCartney, Ringo Starr o medici psichiatrici.
Il punto, per tornare a quanto si diceva prima, è che se stiamo tutti male, forse in fondo non sta male nessuno, e continuare a inseguire l’utopia di una “norma normale” non è che ci faccia tanto bene.
Tanti bei discorsi, per carità, ma che sarebbero rimasti sulla carta e financo un po’ indigesti se Anders Thomas Jensen non avesse fatto, da sceneggiatore e regista, quello che sa fare molto bene: non solo mettere in piedi un cast notevolissimo (lo ricordo anche qui: gli attori scandinavi sono secondi in Europa solo agli inglesi), ma soprattutto raccontare una storia mescolando con la precisione e l’eleganza dei migliori barman il grottesco, la commedia nera, il dramma familiare e psicologico, perfino il noir.
Il gusto che domina, comunque, è sempre quello della commediacon momenti che sono francamente irresistibili e figli tanto della scrittura di Jensen quanto della performance di Mads Mikkelsenche non solo è credibilissimo nei panni complessi e vulnerabili di Manfred, ma che è straordinario e keatoniano (nel senso di Buster) in momenti di irresistibile umorismo slapsticknel suo naturalissimo, plastico e impassibile inclinarsi al di fuori di finestre o sportelli di auto in movimento fino a cadere rovinostamente in quei momenti in cui il fratello lo chiama Manfred e non John.
Parlando di attori, vanno poi citati, oltre al co-protagonista Nikolaj Lie Kaasanche la divertentissima Sofie Gråbøl e Nicola Fratello nei panni dello spietato gangster Flemming, patito di bricolage e sulle tracce dei soldi, che innesta nel film una violenza surreale, ma brutale e sanguinosa, che non è mai gratuita ma in qualche modo è parte fondamentale dell’equilibrio messo in piedi da Jensen: i corpi, nel film del danese, vengono martoriati quanto lo sono (state) le psiche, e la strada per la serenità – tra una rilettura demenziale degli Abba o dei Beatles, senz’ascia, senza angoscia, ma con l’elmetto con le corna in testa – passa per l’accettazione della propria identità, fisica e mentale.

